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Numero: 98 - Aggiornato il: 7/9/2010 - E-mail | Redazione | Link


Regionali. Il voto salvato

di Nicola Zaccardi del 9/03/2010

     E’ stata l’ennesima soluzione all’italiana. Il decreto “interpretativo” con il quale Berlusconi ha permesso alle sue liste di rientrare nella competizione elettorale – dopo le bocciature della magistratura – ha consentito al centrodestra di “riemergere” – sia pure con gravi ammaccature – nel tentativo di non perdere le due regioni-chiave: il Lazio e la Lombardia. Un esito al quale il presidente del Consiglio e la sua maggioranza sono arrivati dopo un percorso difficile, tuttavia facilitato dal sostegno e dal ruolo chiave del Capo dello Stato.
 
     Le “correzioni” del Presidente della Repubblica su alcuni “dettagli” hanno sicuramente impedito di aggiungere ulteriore confusione ad una situazione che rischiava di sfuggire di mano. La soluzione di un decreto che non modifica la legge nella sua sostanza, limitandosi solo a “leggerla”, ha evitato il rischio di incostituzionalità. Insomma, è stata la scelta per un “male minore” – come lo ha definito il presidente della Camera, Gianfranco Fini – che ha rappresentato l’unico sbocco per uscire da una vicenda causata dalla superficialità dei dirigenti del Pdl. Se non si fosse arrivati a questo risultato l’alternativa sarebbe stata l’esclusione del centrodestra nelle due regioni-chiave: un esito che dal punto di vista politico avrebbe totalmente falsato il voto del 28 e 29 marzo.
 
     Non vi è dubbio che con questo salvataggio in extremis la coalizione berlusconiana paga un prezzo molto alto, sia sul piano politico che su quello dell’immagine. In un editoriale infuocato pubblicato sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia ci è andato giù pesante: “Coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi (...). A quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica”. Eppure non bisogna dimenticare che, in fin dei conti, il provvedimento varato dal governo si è reso necessario per evitare la delegittimazione delle elezioni e, soprattutto, lacerazioni più profonde nel Parlamento e nel Paese.
 
     Il Pd e l’Udc hanno denunciato, con toni diversi, il “precedente gravissimo” che si è creato. Mentre Di Pietro ha definito il varo del decreto come un “golpe”, scagliandosi violentemente contro Napolitano fino al punto di “valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni”. Un esagerazione assurda con la quale il leader Idv ha cercato di attirare l’attenzione per pura finalità elettorale – senza però riuscirci – e dalla quale il Partito democratico si è subito dissociato.
 
     Ma da Di Pietro si sono dissociati praticamente tutti. Persino il quotidiano La Repubblica, da sempre antiberlusconiano, si è limitato a criticare il decreto “interpretativo” – classificandolo come ennesimo provvedimento ad personam –, ma senza arrivare a definire il ruolo di Napolitano come se fosse “anti-sistema” o a favore di “Benito Berlusconi”. E in un editoriale il direttore Ezio Mauro ha affermato: “Non c’è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo”. Una posizione ovvia, ragionevole, per chi ha intenzione di andare a votare.

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