
Giustizia. Non impedito l'impedimento
di Nicola Zaccardi del 8/02/2010
Ancora uno scudo per Berlusconi. Con il voto dello scorso 3 febbraio la Camera ha detto “sì” alla legge sul “legittimo impedimento”. Il provvedimento, una volta ricevuta l’approvazione del Senato entro la fine del mese, permetterà al presidente del Consiglio (e ai ministri qualora se ne avvalessero) di tenersi lontano dai tribunali per 18 mesi. Potrà così dedicarsi con “serenità” e “attenzione” ai problemi del Paese, e il Parlamento italiano potrà provvisoriamente evitare di occuparsi dei suoi problemi con la Giustizia. Forse, ma è difficile da prevedere, si potrà utilizzare la stessa celerità con la quale passano queste leggi per far fronte, seriamente, ai problemi che realmente interessano al Paese. Per esempio, la crescente disoccupazione.
La soluzione del “legittimo impedimento” – sulla quale non sono mancati dubbi di costituzionalità – è certamente la meno peggiore se paragonata all’altra “genialata” messa a punto dagli avvocati del Cavaliere: il cosiddetto “processo breve”. In quest’ultimo caso, infatti, i processi non vengono sospesi, ma semplicemente estinti. Questo spiega il conflitto istituzionale in corso tra governo e magistratura, reso evidente dalla contestazione messa in atto dalle toghe all’apertura dell’anno giudiziario (i giudici sono usciti dall’aula lasciando le sedie vuote). Eppure gli esponenti del centrodestra continuano a negare, in modo quasi eroico, che la legge in questione si possa definire ad personam. Non si tratterebbe di una ennesima scappatoia per proteggere il presidente del Consiglio. Assolutamente no.
E per non alimentare tale sospetto, il provvedimento è stato esteso anche ai ministri. Anche a loro può essere concesso l’“impedimento” a non presentarsi davanti ai giudici, ma non alle alte cariche dello Stato. Non al Presidente della Repubblica, al presidente della Camera e del Senato. Non si capisce perché. A questo punto sarebbe stato più ovvio proporre un ritorno alla vecchia e rassicurante immunità parlamentare. Ma è chiaro che in prossimità delle elezioni regionali proporre una soluzione del genere comporterebbe una drastica perdita di voti.
Si potrebbe ipotizzare che la legge varata alla Camera sia in realtà un modo per prendere tempo. Quanto basta in attesa che venga messo a punto un nuovo “lodo Alfano” rivisto e corretto per non rischiare una nuova bocciatura da parte della Consulta. Oppure in attesa che si riesca a trovare un accordo definitivo con l’opposizione per favorire il ripristino dell’immunità parlamentare, dopo le elezioni di marzo. Altrimenti il rischio è che si faccia strada una volta per tutte l’opzione “processo breve”, con conseguente cataclisma istituzionale. Per ora non resta che aspettare aprile, mese in cui in problema Giustizia vedrà una soluzione. Salvo imprevisti.


