
Piero Ciampi, la disperata energia della poesia
«Padre./ Volevo vederti./ Sono qui/ per questo./ Vederti./ Rivederti./ Capisci./ Ma ti stupisci./ E così/ è il solito/ arrivederci»: questi versi amari e strazianti nella loro improvvisa bellezza sono solo una parte della preziosa opera del poeta e cantautore Piero Ciampi, che il 19 gennaio del 1980 se ne andava. Chissà perché i cantautori se ne vanno via tutti a gennaio.
di Giuseppe Crimi del 8/02/2010
La ricorrenza della scomparsa è stata ricordata da Elisa Battistini, che, nell’articolo Piero Ciampi, trent’anni dopo uscito su «Il Fatto quotidiano» proprio il 19 gennaio scorso, ha schizzato un ritratto efficace della figura di Ciampi, definito «il grande anarchico della musica italiana e uno dei suoi più fulminanti talenti».
Probabilmente la storia non ha reso piena giustizia a Ciampi, come osserva la stessa Battistini. Ma se per “giustizia” si intende il consenso generale oppure l’apprezzamento entusiastico dei più, allora non era questo di cui aveva bisogno il livornese. Né, per il silenzio intorno a lui (che poi tanto silenzio non è), serve tornare sul luogo comune rimasticato dell’artista incompreso. A Ciampi sono stati dedicati premi e tributi musicali; e un timido interesse le canzoni e l’esistenza del loro autore hanno iniziato a risvegliarlo, come sembra stiano a testimoniare due bei libri usciti nel giro di pochi anni, quello di Giuseppe De Grassi, Maledetti amici: cronache di vita, amore e canzoni d'intorno a Piero Ciampi (Roma, Rai-Eri, 2001) e quello di Gisela Scerman, Piero Ciampi, una vita a precipizio: il cantautore livornese raccontato dagli amici, discografia a cura di Michele Neri e Franco Settimo (Roma, Coniglio Editore, 2005).
Ma, come si diceva, probabilmente Ciampi era alla ricerca di qualcosa di ben diverso dal consenso, lui, un autentico asociale, che – peraltro – non esitava ad abbandonare il palco di fronte ad un pubblico pagante che giudicava inadeguato. Cantautore periferico o, meglio, cantautore a metà, Ciampi era prima di tutto un amante disperato che sulla carta faceva esplodere rabbiosamente la poesia. Nelle canzoni, che spesso hanno il sapore di monologhi musicati, Ciampi svuotava la sua disperazione, il suo bisogno di raggiungere la certezza di un porto, gli affetti. Per poi ritrovarsi alla deriva. Al di là dell’esistenza maledetta e anarchica e del tasso alcolico decisamente sopra la norma («il vino contro il petrolio», cantava), a riascoltare la malinconica lentezza delle canzoni si ritrova la storia di un uomo con l’urgenza di confessare la sua inquietudine, le sue contraddizioni, le sue spacconate. Un uomo che conviveva, more uxorio, con il disastro. Tutto questo senza dimenticare l’occhio dissacrante nei confronti di una società e di un mondo inadeguati, come si ascolta nella celebre canzone Andare camminare lavorare o nella splendida poesia che dice: «Era domenica/ e Cristo passeggiava/ nel parco./ L’aria/ ansava./ Dietro/ la coscienza/ era quella/ di sempre./ Pensante./ I morti/ visto il ritorno/ finsero/ di dormire».
Eccolo, dunque, Ciampi, poeta che nei testi apriva platealmente il petto, mettendo tutto se stesso, senza compromessi, e che vagabondava a singhiozzo nella propria coscienza. La sua scommessa più grande era stata quella di resistere, di restare in piedi, ma aveva finito per cedere alla caduta e all’autodistruzione. L’ultima delle sue poesie, come le altre tratta dall’ormai introvabile libro 53 poesie (Roma, RCA, 1973), ci parla di un uomo che, dopo aver puntato tutto sulla vita, ha deciso dolcemente di abbandonarla perdendone la memoria: «Io/ sottoscritto/ nato/ il 28 di/ settembre/ morto/ circa/ una settimana/ prima/ o dopo./ Non ricordo».


